Il secolo delle umiliazioni, la seconda guerra mondiale e la difficile arte di navigare nel mondo bipolare
L’ultima dinastia a regnare sull’impero cinese furono i Qing, dinastia di origine mancese che salì al potere nel 1644 dopo aver destituito l’ultimo imperatore Ming. Il periodo di espansione tra il 17^ e il 18^ secolo portò all’annessione dello Xinjiang e dell’altopiano del Tibet, e il territorio su cui regnavano corrisponde approssimativamente ai confini attuali della Repubblica Popolare Cinese. Nel 19 ° secolo la Cina era un’entità politica stagnante, incapace di reagire alle minacce interne, come la rivolta dei Boxer e dei Taiping, ed esterne. La dinastia dei Qing collassò nel 1911 e fu sostituita dalla repubblica, dilaniata da guerre intestine e internazionali, a cui pose fine il partito comunista cinese nel 1949 con la vittoria nella guerra civile. Il periodo dal 1840 al 1949 è stato etichettato come il “secolo delle umiliazioni” ed è passato solo cronologicamente: per i leader cinesi e il loro popolo il passato è ancora vivo e ancora in corso. è lo sfondo all’epopea della liberazione del popolo cinese da una mentalità superata, dal feudalesimo interno e dall’oppressione esterna. Alla testa di questo rinascimento c’è il PCC, come descritto nel preambolo della Costituzione del 1982 della Repubblica Popolare Cinese:
“Dopo prolungati e ardui combattimenti, armati e non, lungo un percorso tortuoso, il popolo cinese guidato dal partito comunista cinese e dal Presidente Mao in qualità di suo leader, nel 1949 hanno rovesciato il dominio dell’imperialismo, del feudalismo e del capitalismo burocratico e ottenuto una grandiosa vittoria nella Rivoluzione Democratica e fondato la Repubblica Popolare Cinese. Da allora il popolo cinese ha ripreso il controllo dello Stato ed è tornato il padrone del Paese”.
Questo è il quadro emotivo in cui la politica estera cinese opera, e questo impianto influenza le relazioni con il Giappone, gli Stati Uniti, l’Europa e il ruolo della PRC in Asia. Il Partito Comunista Cinese è il custode di questo rinascimento del popolo cinese, e la sua missione è garantire il successo di questa impresa. Gli stessi cinque principi che guidano la politica estera cinese derivano da questo orizzonte storico ed emotivo.
I cinque principi furono enunciati durante i turbolenti anni ‘50 del secolo scorso: uscita da una lacerante guerra civile, la Cina si trovava a navigare un mondo diviso tra due poli, Stati Uniti e Unione Sovietica, dove doveva cercare di preservare l’indipendenza appena conquistata senza farsi trascinare in un campo, rassicurando gli altri Stati delle proprie intenzioni e cercando di collaborare con gli altri Stati non allineati. La situazione di Pechino venne peggiorata dalla guerra di Corea, che la ancorò al campo sovietico e la condannò allo stato di pariah dopo la rottura dei rapporti con Mosca. I Cinque principi sono
- rispetto reciproco per la rispettiva sovranità ed integrità territoriale;
- reciproca non interferenza negli affari interni;
- reciproca non aggressione;
- parità e cooperazione per il vantaggio reciproco;
- coesistenza pacifica.
Questi principi vengono chiamati in causa qualora la Cina si trovi a dover difendere la propria posizioni su temi come lo Xinjiang e il Tibet o a esprimersi su temi simili, portando molti ad accusarla di essere irresponsabile e di non avere il desiderio di impegnarsi nell’arena internazionale, mentre altri hanno sottolineato come, pur non accettando interferenze nei suoi affari interni, Pechino non esiti a cercare di influenzare altri Paesi qualora i loro interessi siano in gioco.
Pur rispondendo ad ansie nate quando la Repubblica Popolare Cinese era da poco indipendente, i Cinque Principi rispondono anche alle ansie della Cina attuale, che è sì una grande potenza, ma vuole essere coinvolta nell’arena internazionale secondo i suoi tempi e modi.

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