Il Tianxià e la Città sulla Collina

Ovvero, le relazioni sino – americane. Perché si può essere superpotenza solo avendo un avversario contro cui misurarsi – e vincere. La partita per il rango di superpotenza si gioca nel Pacifico.

I rapporti tra la PRC e gli USA furono inesistenti fino alla fine degli anni ‘70. Durante la guerra civile gli USA avevano sostenuto militarmente il partito nazionalista e in seguito riconosciuto Taiwan come la “vera Cina”, escludendo la PRC dalle Nazioni Unite. La decisione di Mao di riallacciare i rapporti con Washington nasceva dal bisogno di trovare un contrappeso all’Unione Sovietica, la cui alleanza con Pechino era venuta meno nel 1969 dopo anni di difficoltà.  Il primo tentativo di riavvicinamento fu nel 1970, quando il Presidente Mao invitò Edgar Snow, autore di “Red Star Over China”, alla parata del 1^ ottobre di quell’anno. Mao sperava che l’invito segnalasse alla controparte americana la disponibilità al dialogo e ad un eventuale avvicinamento, ignorando che, a Washington, Snow fosse considerato un simpatizzante comunista e quasi una persona non grata. Mao non si arrese e, tramite l’ambasciata cinese in Polonia e i diplomatici di Pechino recentemente riammessi alle Nazioni Unite, contattò gli americani. Nel 1971 Kissinger incontrò segretamente il Presidente Mao e il Ministro Zhou Enlai, Ministro degli Esteri, rendendo possibile la storica visita del Presidente Nixon l’anno successivo. Le relazioni tra i due Paesi furono normalizzate sotto Carter, e Pechino ottenne il riconoscimento al posto di Taipei. 

Nixon in Cina, 1972

Gli anni ‘80 furono un periodo positivo per le relazioni tra sino americane: con l’apertura economica e le riforme sempre più investimenti arrivano in Cina, affamata di capitali e tecnologia. La relazione sembrava idilliaca e, superficialmente, lo era. Rimaneva però la questione ideologica: la Repubblica Popolare era e rimane un Paese Comunista, e per Washington la loro interazione, le aperture economiche e gli scambi avrebbero dovuto promuovere un cambio di regime  a favore della democrazia. Per Pechino, la relazione era molto più pragmatica: l’avvicinamento agli Stati Uniti era una mossa per controbilanciare la minaccia sovietica e acquisire i mezzi necessari per difendere la sovranità e l’indipendenza del Paese, senza cambi di regime. Il partito comunista era ancora il custode del rinascimento cinese e non avrebbe rinunciato al suo compito. Questa differenza di fondo emerse dopo i fatti di piazza Tian An Men (1989): l’opinione diffusa in Occidente era che la legittimità del partito sarebbe stata erosa, non rafforzata. Sbagliavano. Il governo cinese arrivò alla conclusione che, per non finire come le loro controparti sovietiche, fosse imperativo garantire alla popolazione ricchezza e standard di vita sempre più elevati, e che la performance economica sarebbe stata il nuovo pilastro della loro legittimità. Mentre l’élite cinese arrivava a questa conclusione, Bush padre decise di non implementare misure più dure in risposta ai fatti di Tian An Men perché riteneva che, con il crollo dell’Unione Sovietica e i disordini nel Medio Oriente, ulteriore instabilità non fosse necessaria. 

Come leggere le relazioni sino americane?


Le relazioni sino americane sono descrivibili come un pendolo in continuo movimento tra la necessità di collaborare sui temi di rilevanza – cambiamento climatico in primis – e i loro obiettivi contrastanti – Washington ha bisogno di mantenere la libertà di navigazione nei mari, Pechino vuole estendere il suo controllo sui mari vicini, Washington vuole preservare l’indipendenza di fatto di Taiwan e della sua industria di semiconduttori, Pechino vuole ricondurre Taiwan all’ovile e riportarla sotto il suo controllo. 

Stati Uniti e Repubblica Popolare sono, per vocazione, dimensioni e popolazione, votate ad ambire allo status di superpotenza. Gli Stati Uniti d’America si pensano “città sulla collina”, espressione usata per la prima volta da John Winthrop, avvocato alla testa del gruppo di pellegrini che nel 1630 attraversarono l’Atlantico per professare liberamente la loro confessione e realizzare la città ideale. Il mondo dei pellegrini era segnato da un patto diretto tra Dio e gli uomini, uno spiccato senso comunitario e una forte inclinazione all’indottrinamento, e questo approccio conferì alla nazione una dimensione spirituale ,rendendola l’altare a cui sacrificare ogni ambizione. La stessa indipendenza degli Stati Uniti ha le sue radici nell’egalitarismo repubblicano dei puritani, artefici della fallita rivoluzione di Cromwell in Inghilterra. Dal 4 luglio la nazione smise di riconoscere un potere superiore. “Gli occhi del mondo sono su di noi”, disse Winthrop, e l’idea di essere sotto i riflettori planetari non se ne è mai andata: l’idea della città sulla collina divenne estrovertita alla vigilia della Grande Guerra e palese durante la Guerra Fredda. Vinta la guerra fredda, Washington applicò al mondo questa inarrivabile di sé: Bill Clinton propose ai suoi elettori un nuovo patto di matrice puritana usando la stessa espressione di Winthrop, covenant,  nel 2000 Bush promise di impostare la propria presidenza sull’eccezionalismo e il suo vice, Dick Cheney, pubblico un volume intitolato: Exceptionalism: why the world needs a powerful America. Nemmeno i fallimenti in Afghanistan e Iraq e la crisi dei mutui subprime hanno minato questa fiducia nel proprio destino. Possono aver riportato a galla l’urgenza di ritirarsi – parzialmente- su sé stessi, sentimento di cui sia l’amministrazione Obama che l’amministrazione Trump si sono fatte portavoce impegnandosi a ridimensionare gli impegni all’estero e a chiedere maggiori contributi agli alleati. Il sentimento non fu apprezzato dall’establishment – John Bolton accusò Obama di essere post americano – e non ebbe mai effetti reali: gli Stati Uniti sono ampiamente impegnati nel mondo, ribadiscono la loro postura strategica e continuano a utilizzare la loro retorica messianica.
Il desiderio di isolamento è una tentazione periodica, giustificata dalla presenza di due oceani che fanno da cuscinetto, l’essere il maggior mercato del pianeta, la superpotenza militare e da una riserva di idrocarburi in grado di alimentarne i bisogni energetici e dalla frustrazione verso alleati che sembrano viaggiare a sbafo e il timore verso impegni dalle conseguenze sconosciute, che non matura in piano politico perché, se l’economia americana può sopravvivere all’autarchia, la sua prosperità e il suo status non possono, non quando la tecnologia rende irrilevanti alcune dimensioni dell’isolamento e sviluppi recenti, come la pandemia di Covid19, hanno disturbato le filiere di approvvigionamento. Queste riflessioni annichiliscono la tentazione di ritirarsi e hanno avuto l’effetto di un rinnovato interesse per le alleanze e la difesa del ruolo giocato finora da Washington. 

 La città sulla collina impedisce il ritiro dall’arena geopolitica e si scontra con il centro del Tianxià, anch’esso investito dallo stesso senso di eccezionalismo. Pechino è una potenza revanchista e sempre più vicina alla soglia delle capacità materiali necessarie per ottenere ciò che vuole ed è il primo competitor dell’America, come candidamente affermato da Elbridge A. Colby nella conversazione con Limes pubblicata sul numero di luglio di quest’anno. Il fronte più caldo nella competizione tra i due è Taiwan, dove gli incidenti militari con la Repubblica Popolare hanno un potenziale esplosivo sempre più alto. Giusto questa settimana le forze militari taiwanesi hanno assistito al più grande sfoggio di potenza navale e aerea da parte dell’esercito di liberazione popolare e abbattuto un drone cinese, e la presidente Tsai ha esortato le forze militari taiwanesi a prepararsi agli attacchi di Pechino. Nella stessa ottica, Washington si sta armando per  arginare la Repubblica Popolare Cinese con due formazioni, il risorto QUAD e l’Indo-Pacific economic framework for Prosperity (IPEF), erede del defunto Trans-Pacific partnership, che puntano a rafforzare l’ordine americano in Asia in tutte le dimensioni della geopolitica regionale, commercio, controllo delle rotte, controllo delle filiere di produzione, tecnologia e potere militare.

Il QUAD, formato da India, Giappone, Australia e Stati Uniti, delinea la prospettiva di un’alleanza militare tra i suoi componenti giocando su uno dei vantaggi principali di Washington: la vasta rete di alleati. Nato per iniziativa giapponese e australiana, consapevoli che per ottenere l’impegno di Washington è necessario dimostrare che gli interessi strategici a stelle e strisce e quelli degli alleati sono allineati, il QUAD sfrutta la più grande debolezza cinese, ovvero la sua dipendenza dalle rotte di approvvigionamento esterne – debolezza a cui Pechino vuole sopperire con la Belt and Road Initiative. Se il QUAD entrasse in piena attività le marine giapponesi, australiane e indiane, con il supporto della potenza di fuoco americana, potrebbero contenere le rotte di rifornimento cinese su tutti i lati. Scopo di questo assetto è convincere Pechino che i costi dello sfidare questo accerchiamento sovrastano i benefici del mantenere lo status quo. Punti deterrenza bonus per il QUAD se riuscisse a lavorare di concerto con le altre potenze,  locali  e non, –  Corea del Sud, Filippine, Singapore, Francia e Regno Unito- darà credito all’idea  che l’ordine regionale di Pechino non sta per compiersi. 

L’Ipef è il mezzo con cui Biden punta a creare una struttura di collaborazione economica collettiva nell’Indo-Pacifico che non possa essere smantellata dai futuri inquilini della Casa Bianca. L’ Ipef conta ad oggi 14 Stati membri che rappresentano il 40% del PIL mondiale il 60% della popolazione mondiale. L’Ipef ha quattro pilastri, connected economy, resilient economy,clean economy e fair economy . Non è un accordo di libero scambio ma un framework per fornire una forma di cooperazione economica alternativa alla Cina, grande assente. Pechino ha criticato l’iniziativa definendola “un tentativo di svincolare [i Paesi membri] dalla Cina”. 

L’incisività dell’ Ipef e del QUAD non è scritta nella pietra: dipenderà in larga parte dalle decisione e dall’unità dei suoi Stati Membri, ed è minacciata dalla differente propensione a provocare la Cina, Paese con grande capacità di coercizione economica, cibernetica e diplomatica. 

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