Bruxelles e Pechino: cronaca di una speranza disattesa

La Repubblica popolare Cinese e l’Europa stabilizzarono le loro relazioni diplomatiche nel 1975, con il riconoscimento diplomatico tra le due. All’epoca l’Europa era la Comunità Economica Europea (CEE), e la Repubblica popolare non era la Cina delle riforme e della crescita a due cifre di Deng Xiaoping ma la Cina di Mao e della lotta di classe.  L’Accordo di Cooperazione in materia di Economia e Commercio firmato il 16 settembre 1985 rimane la base dei rapporti economici tra l’Unione Europea e la repubblica Popolare: è un accordo soft, che regola dazi e tariffe, e da allora è stato aggiornato fino a dichiarare lo status di partnership strategica nel 2003, anno di inizio del  – breve – periodo di grazia delle relazioni sino-europee.

Fermo restando le loro differenze, Cina ed Europa hanno dei tratti in comune: sono culture dalla storia antichissima, la culla di due modi di concepire lo stato e le relazioni internazionali con il potenziale per far crescere la cooperazione strategica in ambito economico e tecnologico. Non manca l’ammirazione reciproca per la storia e la cultura dell’altro, terreno fertile per scambi. Entrambi hanno un apparato burocratico ridotto – 3mila cadetti del partito di livello vice ministeriale e circa 18mila burocrati per l’Unione Europea-  che usa linguaggi burocratici simili, condividono la missione comune di migliorare gli standard di vita della popolazione e hanno una missione frutto della loro storia – per l’Unione Europea il desiderio di non veder più ripetere gli orrori delle guerre mondiali, per la Repubblica Popolare il restaurare la propria dignità e non dover subire un secondo secolo delle umiliazioni. La fiducia verso questo potenziale raggiunse il picco nei primi anni 2000 e venne incapsulata nei documenti ufficiali che puntavano a istituzionalizzare questo legame e le sue promesse.

Il 2003 fu l’anno di grazia dei rapporti sino-europei: quell’anno la relazione tra repubblica Popolare e Unione Europea ottenne lo status di partnership strategica, e un white paper del governo cinese dichiarò che “[…] ciò che abbiamo in comune supera le nostre differenze. Sia l’Unione Europea che la Cina sostengono la democrazia nelle relazioni internazionali e richiedono un ruolo di maggior rilievo per le Nazioni Unite. Entrambe sono votate al combattere il terrorismo internazionale e alla promozione di uno sviluppo sostenibile tramite la lotta alla povertà e al cambiamento climatico. L’Unione Europea ha un’economia sviluppata, tecnologie avanzate e capitali, mentre la Cina vanta una crescita solida e una forza lavoro copiosa. C’è un vasto potenziale per la cooperazione in materia di commercio, economia e tecnologia. Sia la Cina che gli Stati membri dell’Unione Europea vantano una lunga storia e una ricca cultura e sostengono scambi culturali e reciproca emulazione. La visione comune e l’interazione tra Cina e Unione Europea offrono una solida base per la crescita delle relazioni sino-europee”. Sull’onda dell’entusiasmo, nel 2006 la Commissione Europea diramò al Parlamento Europeo e al Consiglio dell’Unione un documento intitolato “EU – China: close partners, growing responsibilities” che elencava tutte le tematiche di comune interesse ai due partner, ovvero a)  relazioni economiche e scambi commerciali, b) sviluppo sostenibile in materia di energia, cambiamento climatico, sviluppo internazionale e crescita economica, c) supportare e promuovere la cooperazione regionale e internazionale e d) sostenere la Repubblica Popolare nella sua transizione verso una società più aperta e pluralistica. 

La prima pietra di inciampo nelle relazioni sino-europee sarà proprio l’ultimo punto stabilito dalla Commissione: l’Unione Europea , forte del suo senso di eccezionalismo in quanto potere normativo, ovvero un attore che basa le sue scelte politiche sui principi, non sul tornaconto materiale, e difende e diffonde i suoi valori con le sue scelte, condivideva con gli Stati Uniti la cieca fiducia che, interagendo con la Repubblica Popolare e paragonando i loro risultati, quest’ultima si sarebbe convinta della bontà del modello occidentale e si sarebbe avvicinata ad esso. Pechino invece non cercava lezioni su quale forma di governo darsi, ma una partnership che la aiutasse con il suo programma di rinascimento nazionale, al minimo dandole accesso a capitali e tecnologie e, al massimo, convincendo i partner occidentali del valore delle proprie posizioni, guadagnando un alleato in grado di controbilanciare l’influenza di Washington. Entrambe le parti si illudevano.

La crisi finanziaria del 2007 e la conseguente recessione economica resero la narrativa dell’eccezionalismo europeo come modello economico e politico esemplare difficile da usare, almeno nei colloqui con la Repubblica Popolare, il cui cambio di atteggiamento viene esternato da scelte lessicali e cambi di tono impensabili dieci anni prima. Nel 2009 Gao Hucheng, allora rappresentante per il commercio internazionale della repubblica Popolare, dichiarò che “la Cina è sicura che l’Europa sia in grado di affrontare la crisi”, e l’allora Premier Wen Jiabao rincarò la dose affermando che “la Cina è pronta a migliorare la coordinazione e il coordinamento con l’Unione Europea per contribuire alla ripresa economica globale”, ma, “le economia emergenti non possono essere i buoni samaritani dell’Europa, alla fine l’Unione Europea deve tirarsi fuori dalla crisi da sola”. Lo stesso atteggiamento è incapsulato nel White Paper pubblicato in contemporanea alla visita di Xi Jinping a Bruxelles nel 2014. Nel documento viene rimarcata l’idea che Europa e Cina sia due grandi civiltà che promuovono il progresso del genere umano e le aree di cooperazione tra le due parti sono rimarcate, ma i toni si fanno più taglienti una volta raggiunte le questioni più care a Pechino, ovvero Taiwan, Tibet e diritti umani. La Cina mise nero su bianco la richiesta all’Europa di “non supportare l’accesso di Taiwan alle organizzazioni internazionali che abbiano il riconoscimento della sovranità statale tra i criteri di accesso”, di “non permettere ai leder del Dalai di visitare l’Unione Europea o uno dei suoi Stati membri, di non organizzare incontri tra i loro rappresentanti e i rappresentanti dell’Unione o uno dei suoi Stati membri e di non fornire alcun supporto per azioni separatiste in chiave anti cinese per l’indipendenza del Tibet”. Le questioni del Tibet, dello Xinjiang e di Taiwan sono, per Pechino, affari interni di enorme importanza alla cui risoluzione è legata la legittimità del partito, e devono essere gestiti in completa autonomia e senza inferenze alla propria sovranità. Questa posizione viene rimarcata nello stesso white paper, in cui l’Europa viene incoraggiata ad “attribuire uguale importanza a tutte le forme di diritti umani, tra cui diritti civili, politici, ma anche economici, sociali, culturali e allo sviluppo, e a valutare lo stato dei diritti umani in Cina in modo equo e obiettivo, e a smettere di usare casi singoli per interferire con la sovranità giudiziaria cinese e nei suoi affari interni ”. 

Se il tema dei diritti è spinoso, quello del commercio sembra essere un porto sicuro: il volume di commercio e di investimenti è impressionante, e a prima vista sembra che, almeno qui, ci sia spazio per una cooperazione di cui possano beneficiare entrambi i partner.  Le numerose dispute tra i due rimarcano però come gli scambi commerciali da soli non possano risolvere due questioni fondamentali: l’equità dell’accesso ai mercati  garantito da un partner all’altro e i diritti sulla proprietà intellettuale.  Una delle prime e più difficili dispute fu quella sul dumping dei prodotti tessili nel 2005, seguita dalla disputa sui finanziamenti da parte del governo cinese alle ditte produttrici di pannelli solari, a cui l’Unione Europea rispose con l’annuncio di una tariffa del 47% sui pannelli solari importati dalla Cina. La questione fece emergere i diversi approcci tra gli Stati membri verso il commercio con la repubblica Popolare: solo la Germania, l’unico tra gli Stati membri dell’Unione a registrare un surplus nelle esportazioni verso la Cina, dichiarò di non essere favorevole ad una guerra commerciale e di preferire la via del dialogo. I pannelli solari non erano l’unica disputa in corso con Pechino: i casi di dumping discussi riguardavano anche ferro e acciaio, terre rare e scarpe, a sottolineare come la narrativa della win-win situation fosse una facciata volta a coprire una triste verità: Cina ed Unione Europea non sono solo i due maggiori partner commerciali del mondo, sono anche i loro stessi maggiori competitor, e la loro idea di quali siano le caratteristiche di un mercato libero sono molto diverse. Le dispute commerciali sono politicizzate, e ogni parte lamenta  l’ipocrisia e i doppi standard dell’altro. Ad oggi questo problema è aggirato trattando tasse e tariffe per i singoli beni.  

E’ su queste differenze fondamentali che la partnership culturale si incrina: come trovare un terreno comune tra due visioni del mondo e dei diritti così diversi? Entrambe le parti sono votate al progresso del genere umano, ma la loro definizione di progresso è molto diversa e nessuno è intenzionato a cedere.
All’ammirazione per la rivoluzione scientifica e tecnologica capeggiata dal mondo occidentale si accompagna l’insofferenza di Pechino verso la non velata richiesta che il mondo si adegui ai suoi valori e verso quelle che la Cina interpreta come interferenze nei suoi affari interni – ogni riferimento alle questioni del Tibet e dello Xinjiang è voluto. Inoltre il fatto che questa richiesta provenga da un partner  che vuole  porsi come potere normativo ma non ha i mezzi per sostenere le proprie rivendicazioni ed è formato dalle ex potenze coloniali è, ai suoi occhi, assurda. Nessuna “partnership di civiltà” può coprire questa divergenza di opinioni così profonda, che continua ad emergere sui già citati temi di Hong Kong, Taiwan, il Tibet e lo Xinjiang.

Lo Xinjiang è stato l’ultimo botta e risposta tra Pechino e Bruxelles, e la reazione cinese dimostra quanto la Repubblica Popolare sia disillusa sulla relazione con l’Europa.
nel 2019 il Professor Ilham T, condannato all’ergastolo da Pechino nel 2014 per le sue attività legata alla questione Uigura, ha ricevuto dall’Unione Europea un premio per i diritti umani. Nel 2020 il Parlamento europeo ha adottato una risoluzione sul lavoro forzato e il trattamento degli Uiguri a cui è seguito un “Magnitsky Act” che permette ai Paesi Membri dell’unione di applicare sanzioni ad hoc contro gli ufficiali coinvolti nelle violazioni dei diritti umani.  Il 22 marzo del 2021 l’ l’Unione Europea ha annunciato una serie di sanzioni coordinate contro i perpetratori delle violazioni dei diritti umani nello Xinjiang a cui il governo cinese ha risposto con uno statement (qui il link https://www.mfa.gov.cn/ce/cefj//eng/sgxw/t1863982.htm ) in cui accusa le potenze occidentali di interferire negli affari di Pechino e voler ostacolare il suo sviluppo ma, aggiungono, “l’Occidente non è il mondo intero”. Se Pechino non troverà alleati in Occidente li troverà altrove, probabilmente tra i Paesi in via di sviluppo.

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