La questione Uigura

Chi sono gli Uiguri?

Gli Uiguri sono una delle minoranze etniche presenti sul suolo della Repubblica Popolare Cinese. Sono una minoranza turcofona nativa dello Xinjiang, nel Nord est della Cina e, stando ai report di Amnesty International, subiscono soprusi e persecuzioni sistematiche da parte dello stato cinese. Il governo cinese sostiene invece di stare portando avanti un’opera di modernizzazione e sviluppo economico della regione nel rispetto della loro cultura.

Lo Xinjiang è una delle cinque regioni autonome della Repubblica Popolare Cinese, insieme a Mongolia Interna, Guangxi, Ningxia e Tibet . Questa regione occupa circa un sesto del territorio cinese e ospita il maggior numero di minoranze etniche. Metà della popolazione appartiene ad etnie di discendenza turca o musulmana, come Uiguri, Kazaki, Kirgizi, Uzbeki e Hui. Alle minoranze etniche riconosciute nelle Regioni Autonome è ufficialmente garantito il diritto di rappresentanza nelle assemblee nazionali.


La regione dello Xinjiang, oltre ad essere uno degli snodi del progetto “One Belt One Road”, è stata inserita nel progetto economico della” West Expansion” ed è ricca di carbone, petrolio e gas naturali.

La decisione del governo centrale di creare una regione autonoma Uigura si inserisce nel solco delle politiche staliniane, che vedevano queste regioni come un passaggio obbligatorio ma transitorio nella gestione delle identità locali, le quali sarebbero inevitabilmente divenute obsolete sotto il Comunismo.
Oggi il progetto cinese di integrazione politica e sviluppo economico, pensato per integrare e sviluppare economicamente le regioni più lontane dalle coste e dalle zone economiche speciali (ZES) fa da sfondo all’incontro scontro tra la popolazione Han, che ha emigrato in cerca di fortuna, favorendo il processo di sinizzazione della regione, e la popolazione locale, divisa sulle modalità di integrazione e la gestione del processo.

Cronaca delle politiche etniche di Pechino

Lo Xinjiang  Documentation Project della University of British Columbia fa risalire i primi tentativi di Pechino di regolare le espressioni culturali e religiose del popolo Uiguro al 1994, con la costruzione del parco commemorativo Ban Chao in onore della conquista della regione sotto la dinastia Han, mentre il report pubblicato da Amnesty International “Like We Were Enemies At War” indaga il trattamento degli Uiguri da parte del Partito Comunista Cinese ( da qui in poi PCC) dagli anni ‘70. 

Negli anni ‘70 le politiche di riforma e apertura crearono le condizioni per una ripresa delle pratiche religiose nella regione e per la ripresa dei contatti con comunità musulmane all’estero. Questa situazione di relativo  rilassamento e apertura subisce una brusca inversione di rotta con la caduta dell’Unione Sovietica: la paura che i conflitti nei Paesi confinanti potessero essere esportati sul suolo cinese e che la diversità culturale e religiosa delle comunità dello Xinjiang potessero innescare la miccia di conflitti separatisti portarono il governo cinese a varare le prime politiche volte a limitare la pratica religiosa.  Moschee e scuole coraniche furono chiuse e ai cittadini musulmani impiegati negli uffici pubblici fu impedito di praticare la loro religione. Le campagne contro l’estremismo religioso furono ulteriormente intensificate dal 1996: nel 1997 il PCC vietò il Mazar Ordam Padishah, il più importante festival Mazar della regione, per timore che “attacchi terroristici fondamentalisti islamici ” disturbassero l’ordine pubblico. Ulteriori festival furono vietati negli anni a venire. 

Con l’attacco alle Torri Gemelle del 2001 e la conseguente “ Lotta al Terrore” il governo cinese spinse ulteriormente la lotta contro i dissidenti e il separatismo, identificando i separatisti Uiguri con i terroristi. Informatori vennero inviati nelle comunità per monitorare la propaganda di idee separatiste, l’istruzione religiosa privata venne resa illegale e l’età minima per accedere all’istruzione religiosa, da quel momento accessibile solo in istituzioni approvate dallo Stato, venne alzata a diciotto anni. 

Nel 2009, in seguito ad una serie di proteste violente ad Urumqi, che secondo i dati ufficiali causarono 200 morti e circa 1700 feriti, in particolare nella comunità Han, il governo iniziò una serie arresti casa per casa e processi che risultarono in condanne a morte e lunghe condanne di prigionia. la risposta della popolazione locale non tardò ad arrivare, manifestandosi in una serie di atti violenti che il governo non esitò ad etichettare come azioni terroriste. Il governo reagì serrando la morsa sulle pratiche religiose, lanciando un sistema di sorveglianza fisica delle minoranze etniche  implementato con migliaia di telecamere e aumentando il numero delle forze di polizia locali di ottomila unità.

Nel 2011 viene proposta una seconda generazione di “politiche etniche” che ha come obiettivo la negazione del riconoscimento delle differenze etniche dal punto di vista legale come conditio sine qua non per “assicurare l’integrazione, promuovere il nazionalismo e [la costruzione di] una società omogenea”. Dal 2013 parte di questo corpus di leggi viene implementato in relazione all’uso della lingua Uigura, e l’anno successivo la campagna “Strike Hard” impone ulteriori restrizioni sul cibo hal’al e l’educazione religiosa. Vittime di questa campagna sono 238 “predicatori illegali”, che da quell’anno in poi possono essere detenuti e inviati in campi di rieducazione per un periodo di quindici giorni grazie ad una nuova legge sulla sicurezza nazionale. Alla popolazione Uigura, già sottoposta a restrizioni della circolazione,  vengono assegnati nuovi documenti di identificazione e le politiche di tracciamento della popolazione vengono ulteriormente supportate da una campagna di massa di  rilevamento di dati biologici. 

Nel 2015 una pubblicazione di Yang Weiwei, un ricercatore della scuola del partito Comunista Cinese del prefettura di Altay, dà l’endorsement ufficiale al processo di sinizzazione dell’Islam. Nella pubblicazione, intitolata, “Operational Research on Restraining the Infiltration of Religious Extremist Thought”, viene sostenuta l’idea che, per combaterre l’estremismo ed il terrorismo islamico, è necessario creare una versione dell’Islam regolata e approvata dallo Stato. A seguito delle nuove politiche implementate nella regione le moschee iniziano a far sventolare la bandiera della Repubblica Popolare Cinese e promuovere i valori della propaganda di partito quali “il Sogno Cinese” e la “solidarietà etnica”. Lo stesso anno la nuova legge anti terrorismo garantisce alle autorità l’accesso ai dati sulla storia lavorative e di viaggio dei cittadini, nonché alle loro comunicazioni, nell’ottica di espandere il campo di applicazione dell’analisi dei big data e delle politiche di profilazione dei cittadini Uiguri e di prevenzione di atti violenti già iniziata con la raccolta di dati biometrici e il controllo degli spostamenti. 

Le politiche del governo vengono ulteriormente inasprite con la nomina di Chen Quanguo a Segretario di Partito dello Xinjiang. Già Segretario della regione Autonoma del Tibet dal 2011 al 2016, si era distinto come “innovatore delle politiche etniche”, con una sensibile riduzione delle proteste della popolazione tibetana accompagnate da numerose accuse di violazione di diritti umani. Sotto la sua guida, alla popolazione uigura vengono ritirati i passaporti e gli studenti residenti all’estero vengono invitati a rientrare in patria. Il progetto di raccolta e analisi dei dati e profilazione della popolazione viene rafforzato con la creazione di migliaia di posti di lavoro relativi alla sorveglianza e alla sicurezza e di 7500 posti di blocco all’interno della regione. 

Nel 2017 viene promulgata una regolamentazione per la de estremizzazione della regione: diventa illegale indossare il velo e portare la barba in modo tradizionale, e la partecipazione alle attività culturali e ricreative organizzate dallo Stato diventa obbligatoria. Quest’ultimo corpus di leggi criminalizza di fatto il proseguimento delle attività culturali e religiose uigure e crea la base per l’ampliamento del sistema dei campi di rieducazione, che da aprile di quell’anno registrano un aumento del numero dei condannati.  

La posizione della popolazione Uigura

Le rimostranze uigure sono rivolte al processo di sinizzazione, sia diretta che indiretta, e ai suoi effetti economici, sociali e culturali.

I migranti economici di etnia Han si erano inizialmente stabiliti lungo le vie di comunicazione e nella capitale, Urumqi, ma ormai la loro presenza si è estesa all’intera regione, comprese le zone tradizionalmente legate all’agricoltura. La popolazione Han privilegia la coltura intensiva di cotone,  che compromette le riserve idriche e riduce l’accesso della popolazione locale  alle terre coltivabili. La maggior presenza di cittadini Han viene percepita come un ostacolo alla mobilità sociale: i lavori più ambiti richiedono la padronanza del putonghua, perciò molti genitori iscrivono i figli maschi alle scuole cinesi per offrire loro migliori prospettive. Una volta diplomati però questi ragazzi si scontrano con un glass ceiling che impedisce loro l’accesso a numerose cariche, specialmente quando scelgono di preservare la loro cultura. Ad oggi la popolazione Han risulta favorita nel mercato del lavoro, dove occupa quattro quinti dei lavori nei settori manifatturiero, industria del petrolio e del gas naturale, trasporti, comunicazione e IT  e nove posizioni su dieci nel settore delle costruzioni. Lo Xinjiang rimane uno dei bastioni della politica della “ciotola di ferro” e le prospettive occupazionali sono lasciate allo stato, escludendo la regione dalle prospettive di crescita economica e spingendo la popolazione locale ai margini del mercato del lavoro. Al contrario delle regioni costiere, dove la massiccia presenza di industrie straniere ha spinto per un mercato del lavoro regolato da norme più eque, la maggior parte degli investimenti della regione vengono dall’interno del Paese, ovvero dallo Stato e dalla popolazione Han, e spesso non coinvolgono la popolazione locale.  La situazione peggiora per le ragazze, iscritte alle scuole in lingua turca per cercare di preservare la tradizione e la cultura locale e a cui vengono precluse le ulteriori opportunità lavorative. 

Come già anticipato, la popolazione uigura incontra numerosi ostacoli anche nella pratica della propria religione e cultura. L’azione del governo centrale ha qui una dimensione etnica, in quanto monopolizza la vita pubblica ed esclude le organizzazioni uigure dalla partecipazione. Per molti il prezzo dell’assimilazione – e del benessere- è la perdita della loro lingua, cultura e tradizioni.  Il trattamento riservato dal governo cinese ai luoghi di culto e ai siti di interesse storico Uiguro alimenta questa paura: dal 2014 Pechino ha raso al suolo siti e cimiteri Uiguri, ufficialmente per portare avanti progetti di sviluppo e di protezione dell’ambiente. Sia la AFP che la CCN riportano prove di cimiteri Uiguri distrutti dalle autorità, che hanno disperso i resti delle persone lì sepolte. Nel 2016 la Campagna di correzione delle Moschee ha portato alla distruzione di migliaia di edifici, in particolare nella regione del Kashgar, che sono stati abbattuti con la scusa che  il loro stato pericolante costituisce un pericolo per la comunità religiosa. 

Non sono state risparmiate nemmeno le abitazioni tradizionali, abbattute nel 2017 e ricostruite in uno stile più simile a quello del resto del mainland cinese, e le comunità religiose. L’Imam della moschea di Kargilik è stato arrestato nello stesso anno e morirà in cattività, mentre la moschea sarà abbattuta l’anno seguente insieme alla moschea di Maytag, finanziata e costruita dalla comunità locale vent’anni prima. A marzo del 2018 vengono abbattuti la moschea di Yutian Aitika, vecchia di ottocento anni e sede di strutture di interesse nazionale e culturale, e il portale della moschea di Keriya Id Kah, un sito storico risalente al 1200. Quest’ultimo è stato abbattuto per fare posto ad un’area turistica. Nel 2019 è il turno del cimitero di Sultanim, sede del tempio dei Quattro Sultani e popolare meta di pellegrinaggio, che viene reso un parcheggio. 

Le posizioni della popolazione in merito alla condotta di Pechino possono essere divise in tre categorie distinte in base agli obiettivi: assimilazionisti, autonomisti e separatisti. I primi sono quelli che hanno beneficiato dalle politiche di Pechino e cercano di assimilarsi nella struttura attuale per poter godere dei vantaggi e delle opportunità offerte. Accettano gli obiettivi del governo e aspirano a veder rimossi tutti gli ostacoli che si frappongono fra loro e la piena integrazione nel sistema politico e sociale cinese, anche a costo della lingua e cultura tradizionale. Gli autonomisti, pur non rifiutando in toto l’ordine politico cinese, vogliono preservare la lingua e cultura uigura e vogliono veder riconosciuta l’autonomia regionale che, ritengono, sia già garantita loro de iure dalla Costituzione cinese. Il risvolto pratico di questa posizione non è solo il riconoscimento di fatto della parità di diritti tra cittadini Han e Uiguri ma anche il controllo da parte della popolazione uigura delle risorse regionali.  I separatisti condividono l’obiettivo dell’autonomia della popolazione e la preservazione della loro cultura, ma ritengono che ciò sia impossibile rimanendo sotto il giogo di Pechino. Scelgono sia la protesta pacifica che quella violenta, e alcuni gruppi hanno perpetrato attacchi terroristici. 

E Pechino?

Pechino continua a negare che ci sia una persecuzione della popolazione Uigura in atto ed etichetta le accuse come “propaganda anticinese” e “tentativi di intralciare l’ascesa cinese interferendo nelle questioni interne”.

Per Pechino i diritti economici sono la conditio sine qua non per avere accesso a tutti gli altri diritti immaginabili: il diritto alla pratica delle propria religione o cultura viene meno quando intralcia il perseguimento del benessere economico, condizione di partenza per il godimento del diritto alla salute, all’istruzione e a qualsiasi altro diritto. Abbattere un luogo di culto o distruggere un cimitero sono prezzi accettabili per sviluppare la regione e inserirla nella sfera cinese, rinforzando la sua appartenenza alla Repubblica Popolare.

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