Se la rivolta dei Taiping è la più sanguinosa, la Rivolta dei Boxer è la più famosa delle rivoluzioni che piagarono la dinastia Qing durante gli ultimi anni di regno.

Le cause della rivolta
Il casus belli di questa rivolta è una catastrofe naturale: nell’estate del 1899 una piena del fiume Giallo distrusse i villaggi e i raccolti al punto che non fu possibile coltivare i campi circostanti per due anni. Questa alluvione, unita al ritardo negli aiuti imperiali, fu la miccia che fece scoppiare i tumulti, trasformando il malcontento in aperta sedizione. Oggetti del malumore e dell’ira popolare erano la dinastia regnante, colpevole di aver consegnato il Paese agli stranieri, gli occidentali i missionari e i cinesi convertiti. L’insofferenza verso i missionari era cresciuta negli anni: a convertirsi al cristianesimo furono soprattutto individui appartenenti allo strato più umile della popolazione, che godeva però della protezione dei missionari occidentali, i quali non esitavano a interferire nell’amministrazione della giustizia locale favorendo i membri della loro comunità. In una società fortemente gerarchica come quella della Cina imperiale, sempre più invisa alle interferenze occidentali, questo atteggiamento non poteva certo far vincere loro le simpatie della popolazione locale.
Chi erano i Boxer?
Il nome “Boxer” viene dato ai rivoltosi dagli occidentali per via degli esercizi di calistenica e di arti marziali che facevano e che ricordavano loro gli esercizi di shadow boxing. I boxer appartenevano alla YiHeQuan, la Società dei Pugni giusti e Armoniosi, una delle tante società segrete che costellano la storia cinese opponendosi a una o all’altra dinastia. Obiettivo dei Boxer era liberare il Paese sia dai Qing che dagli occidentali, ma l’elites regnante, guidata da Ci Xi, riuscì a convincerli a rivolgere la loro furia contro gli occidentali, illudendosi che riuscissero a cacciarli dal Celeste Impero.
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La rivolta
I disordini, iniziati nella Cina del nord, vennero soppressi, ma i rivoltosi si dispersero nelle regioni circostanti, dove continuano ad attaccare gli stranieri. Mentre gli occidentali fanno pressione sull’Imperatrice madre, Ci Xi, affinché mettesse fine alle rivolte, lei fece poco o nulla per cercare di sopprimere i disordini, prendendo tempo e portando I boxer dalla sua parte.
A maggio del 1900 i Boxer raggiunsero Pechino. A giugno i governi occidentali decisero di inviare delle truppe per difendere la capitale mentre Ci Xi, convinta che gli occidentali volessero farla abdicare, dette l’ordine di eliminare tutti gli occidentali e il 13 giugno 1900 ordinò alle truppe imperiali di impedire al contingente straniero l’accesso alla città. Il 17 giugno le truppe occidentali conquistano la fortezza di Dagu, riaprendo così i contatti tra Pechino e Tianjing.
Il 20 giugno, mentre continuavano le violenze contro gli occidentali e i convertiti, fu ucciso un Ministro del governo tedesco. I cinesi convertiti e la comunità straniera si rifugiarono nel quartiere delle ambasciate e nella Cattedrale Romano Cattolica di Pechino, dove rimasero assediati. Nel mentre un’alleanza di otto nazioni – Regno Unito, Francia, Germania, Stati Uniti, Italia, Impero Russo, Giappone e Austria-Ungheria) si muoveva verso la capitale per sopprimere i disordini. L’alleanza delle Otto Nazioni raggiunse Pechino il 14 agosto 1900, liberando gli assediati e depredando la città mentre l’Imperatrice fuggì. Un gruppo di principi imperiali venne lasciato indietro per negoziare la pace: il Protocollo dei Boxer, firmato il 1 settembre 1901, prevedeva un’indennità di 450 milioni in argento, la sospensione degli esami per diventare funzionari per cinque anni – una punizione contro la piccola nobiltà del Paese per aver supportato i rivoltosi-, l’esecuzione di tutti gli ufficiali imperiali coinvolti nel conflitto e lo smantellamento di tutte le fortezze del Paese. Pechino fu occupata per più di un anno dall’Alleanza delle Otto nazioni, impegnata a stanare i Boxer – con il supporto del Generale Yuan Shikai- e a razziare la città.
Quali conseguenze?
La rivolta dei Boxer ebbe conseguenze nefande per la dinastia: consolidò ulteriormente il potere dei governatori locali e dei generali, che acquisivano sempre più potere e indipendenza già dalla rivolta dei Taiping e che in questo conflitto si permisero di ignorare le direttive centrali di non interferire, con alcuni governatori regionali che soppressero le rivolte e altri che le appoggiarono, inserendo i Boxer nei ranghi dei loro eserciti. Le potenze occidentali consolidarono la convinzione che il modo migliore per controllare la Cina fosse la collaborazione con i signori della guerra regionali, contribuendo a frammentare ulteriormente il Paese.
Questa ennesima sconfitta rese ancora più palese l’incapacità della dinastia regnante di affrontare la crisi: dopo aver soffocato le Riforme dei Cento giorni e deposto l’Imperatore, Ci Xi era tornata alle redini del governo, determinata ad ignorare ogni richiesta di riforma e a impiegare le vecchie strategia contro i barbari, inflessibile nella sua convinzione che il celeste Impero non dovesse adeguarsi al nuovo mondo. Se questa sconfitta aprì gli occhi ai conservatori, fu però troppo tardi: il Paese aveva implementato troppo poche riforme troppo tardi, e la sconfitta per mano del Giappone che arrivò pochissimi anni dopo fu uno degli ultimi chiodi nella bara della dinastia Qing.

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